I Rituali di Accoppiamento dei Lupi Mannari (capitolo 1)
- N.J. Lysk

- 17 nov 2025
- Tempo di lettura: 14 min
Capitolo 1: Casa
Erano passati solo cinque mesi, ma quando quel giorno vidi Brennan, capii che non era più il fratello che conoscevo da tutta una vita.
Non sembrava diverso da come l’avevo lasciato l’ultimo Natale, eppure ora c’era in lui il potere di un Dominante, il peso di chi guida un branco. Il mio lupo lo riconobbe all’istante, con una certezza assoluta, tanto che mi ritrovai a rallentare, come se il mondo che conoscevo si stesse ridisegnando davanti ai miei occhi.
Era come uno di quegli incantesimi che trasformano una giovane donna in una vecchia con il naso adunco. Davanti a me c’era il mio fratellino, ma c'era anche il mio Alpha: l'uomo che deteneva il mio destino nelle sue mani.
Non esitò neanche un istante: mi strinse tra le braccia con forza, schiacciandomi contro di sé. Affondò il viso nel mio collo, inspirando profondamente, e mormorò: «Mi manca il suo odore.»
Poi mi lasciò andare e, come se la sua voce mi avesse liberato da un incantesimo, riuscii a vedere di nuovo mio fratello attraverso la foschia. Il ragazzo con cui ero cresciuto, con cui avevo giocato e litigato. Era sempre stato autoritario, certo, ma anche divertente, e dannatamente protettivo come nessun altro. Mi voleva bene ed era l'unico a capire quanto mi mancasse nostro padre in quel momento. In quella stanza dove il suo odore si stava affievolendo - un'assenza così fisica che mi sembrava di poter cadere nel vuoto se avessi inciampato - Brennan era lì, a tenermi saldo. Superai la mia stupida timidezza e lo strinsi in un altro abbraccio.
E poi arrivò mia madre. La sentii prima ancora che parlasse. «Devlin,» mormorò, e nella sua voce c’era un dolore così profondo che non sapevo se fosse il suo cuore a spezzarsi o il mio.
Lasciai andare Brennan e la strini tra le mie braccia. Non era una donna minuta e per di più era un lupo, così mi restituì l'abbraccio con tanta forza da farmi male. E pensai solo: "Bene." Nessuno mi abbracciava così forte da mesi. Restituii l'abbraccio con altrettanta intensità, senza temere di ferirla con la forza delle mie emozioni.
Brennan si avvicinò e con qualche difficoltà ci avvolse entrambi tra le sue braccia. Ma non serviva che fosse facile, bastava che fosse giusto. Loro erano la mia famiglia, e all’improvviso non riuscii più a capire come avessi potuto passare così tanto tempo lontano da loro. Lontano da mio padre. Forse avevano ragione, forse i lupi non sono fatti per vivere lontano dai loro branchi.
Ma nemmeno per morire a cinquant'anni. Non importava quanto fossi forte o amato, nemmeno quanto fossi potente. Nessuno era davvero al sicuro.
***
La mattina dopo mi svegliai con la sensazione di aver viaggiato indietro nel tempo: la mia stanza aveva lo stesso odore di sempre. Se non fosse stato che il mio odore era svanito dai vestiti e dalle lenzuola, avrei potuto credere di avere diciassette anni e svegliarmi all'alba per andare a correre prima della scuola. Oppure dodici e così affamato da svegliarmi nel cuore della notte per mangiare gli avanzi che mia madre lasciava sempre per me.
Ma se fosse stato davvero così, mio padre sarebbe stato al piano di sotto o nella sua stanza, non chiuso in una scatola da qualche parte in città.
Mi sciacquai il viso, ma non mi preoccupai di vestirmi, troppo agitato per stare fermo, come se potessi sfuggire alla tempesta nella mia testa. Come se l'assenza di mio padre potesse essere colmata dall’attività.
Mia madre, immutata negli anni - ancora bionda e radiosa come il giorno del suo matrimonio - sembrava sentirsi allo stesso modo. Era indaffarata a preparare la colazione con la sua impressionante metodica multitasking in modo che tutto fosse servito caldo allo stesso momento. Il suo sorriso era una pallida imitazione della vera gioia, ma non dubitavo che fosse davvero felice di vedermi entrare in cucina, più simile ad uno zombie che a un lupo mannaro, proprio come la maggior parte delle mattine della mia vita.
Senza dire una parola, mi mise un piatto davanti e io iniziai a mangiare, quasi aspettandomi che mio padre entrasse e chiedesse una tazza di tè forte.
A un certo punto mi resi conto di aver posato la forchetta senza accorgermene. Le uova si erano raffreddate e il bacon era diventato un blocco di grasso indurito.
Il mio piatto era ancora mezzo pieno, ma quando controllai per vedere se mia madre si sarebbe arrabbiata per aver sprecato del cibo, lei si limitò a scuotere la testa. «Va bene così, Devlin. Anch'io non ho molto appetito. Assicurati solo di mangiare, più tardi. Hai bisogno di forze.»
Avrei preferito che si arrabbiasse, o che almeno si prendesse la briga di farmi un discorso su quanto fosse ingiusto sprecare il cibo, su quante persone meno fortunate di noi ne avrebbero avuto bisogno. Allora avrei saputo che tutto sarebbe andato bene, che la normalità o qualcosa di simile era ancora possibile.
***
Quando arrivò l’ora di cena, il mondo aveva smesso di sembrare solo uno sfondo su cui i miei ricordi continuavano a scorrere e aveva ricominciato ad apparire come un posto in cui esistevo davvero.
Certo, quando lo shock svanisce è come se ci si accorgesse all'improvviso della mancanza di un arto. Ne prendi atto, ma questo non allevia il dolore né ti distrae dal vuoto persistente lasciato da ciò che non c’è più. C'erano ricordi di mio padre ovunque: sia della sua esistenza che della sua assenza. Dai libri sparsi in giro per le stanze a un posacenere che aveva ricevuto da un branco gallese quando ero bambino e che aveva conservato con cura da allora, anche se non fumava.
Quando il dolore inizia a farsi sentire, il corpo ti spinge a rannicchiarti, a proteggerti da ulteriori attacchi. Ma non c'era nulla che potessi fare per proteggermi da quel dolore; quindi, il passo logico successivo era trovare un posto sicuro dove guarire. Più di ogni altra cosa al mondo, a parte un miracolo (e perché no, vi chiedo. Non ero forse un lupo mannaro in carne e ossa?), desideravo rintanarmi nella mia stanza d'infanzia. Pensavo che sarei riuscito a superare la giornata se solo avessi potuto chiamare il mio ragazzo e parlare di qualcosa di diverso da ciò che stava accadendo intorno a me. Ero pronto ad ascoltarlo parlare all'infinito di cricket se questo mi avesse permesso di distrarmi o, in alternativa, di addormentarmi.
Ma la morte non è un dolore come gli altri, e non potevo mancare alla cena di famiglia la prima sera. Non era una pretesa irragionevole, suppongo. Non avevamo perso solo mio padre, avevamo perso anche il nostro Dominante, e il branco era in subbuglio per questo. Toccava a Brennan dimostrare che era in grado di prendersi cura di noi adesso, e questa era la prima volta che riuniva tutto il branco da quando era diventato Dominante, due settimane prima.
«Questo è un momento difficile per tutti noi,» iniziò mio fratello, la voce più bassa di quanto l’avessi mai sentita, e tutti nella stanza ammutolirono all’improvviso. «Alcune perdite sono prevedibili. Fa parte della vita che i vecchi debbano morire e anche se è una perdita terribile, lo comprendiamo... Sappiamo che la natura lo prevede.» Si interruppe. Chiunque lo conoscesse bene avrebbe capito che aveva preparato quel discorso, e proprio mentre lo pensavo, Brennan sospirò e riprese, con un tono meno sicuro: «Voglio dire, non è una sorpresa e questo aiuta... un po', ma mio padre...» Deglutì a fatica. «Non sarebbe dovuto accadere! Noi siamo più forti della maggior parte delle persone su questo pianeta, siamo destinati a qualcosa di più... noi guariamo! Non avrei mai pensato di dover essere qui,» ammise, guardandoci come se all’improvviso si fosse ritrovato in mezzo a noi senza capire bene come.
«Pensavo di avere più tempo... Ma la vita è una continua sorpresa, non è vero?» aggiunse, riprendendo il filo del discorso. «E quando subisci un colpo, hai due scelte: puoi rimanere a terra a lamentarti, oppure ti puoi rialzare, resistere e diventare più forte grazie a esso. Noi,» insistette, guardandosi intorno e incrociando il mio sguardo dall'altra parte della stanza, «diventeremo più forti. Proprio come avrebbe voluto mio padre, proprio come siamo destinati a fare.» Vidi mio cugino Ian avvicinarsi e dargli una pacca sulla spalla, dicendogli qualcosa a bassa voce, troppo piano perché potessi distinguere le parole tra il brusio della folla che esplose in un applauso. Ma ero contento che Brennan non fosse solo.
«Per questo motivo,» la sua voce sovrastò facilmente gli ultimi bisbigli eccitati, «ho acquistato la fattoria Davidson. Ci stiamo espandendo!»
Senza sorpresa da parte mia, ci furono delle acclamazioni. È una semplice questione di logica: metti insieme un gruppo di persone territoriali, e il territorio diventa l'obiettivo per eccellenza. Ogni sguardo nella sala era puntato su di lui, anche quello dei bambini. Sorrise radioso a sua moglie, e Adora gli restituì il sorriso con tutto il candore di una giovane innamorata. L'aveva conosciuta al Summit Invernale dei Mutaforma e l'aveva portata a casa con sé, così raggiante e innamorato che era quasi nauseante da guardare. «Aspettiamo un bambino!» annunciò Brennan nel silenzio, sorridendo come un pazzo.
Sorrisi di riflesso. La sua felicità si stava propagando nel branco come un'onda, così intensa da sembrare quasi una sensazione fisica. Le congratulazioni continuarono per quello che sembrò un’eternità, diventando sempre più forti man mano che i minuti passavano. Stavo per alzarmi dal mio posto tra Kirby e Clara - due degli altri Omega con cui ero cresciuto - quando mio fratello alzò una mano per zittire di nuovo tutti.
«La prossima generazione del branco Hilliard sarà il doppio della nostra,» continuò con la sua voce tonante, «e per questo ho deciso che ogni omega fertile del branco partorirà un figlio quest'anno.»
Kirby lasciò cadere il tovagliolo e Clara serrò i pugni sul tavolo, proprio dove un attimo prima stava tamburellando con le dita. Gli altri Omega erano sparsi intorno al tavolo, seduti comodamente tra amici e parenti. Ma in quell'istante sapevo dove si trovava ognuno di loro perché tutti noi ci eravamo fermati, i nostri pensieri si erano bloccati di colpo, in perfetta sincronia. Con tutto il branco riunito nella stessa stanza, il senso di appartenenza era così forte da sembrare quasi telepatia. Sentii il loro shock sommarsi al mio, come un'onda che cresce sempre di più, spinta dalla forza di quella successiva. Persino Jason ed Evangeline, entrambi già in attesa, sembrarono sconvolti dalla notizia.
Gli Alpha Dominanti spingevano gli Omega a riprodursi quando ritenevano che fosse il momento giusto, in modo che i cuccioli crescessero più o meno nella stessa fascia d’età e potessero formare legami forti tra loro. Era un modo per rafforzare il branco. Ma nessuno di noi aveva mai sentito parlare di una riproduzione di massa come questa, e annunciata a cena, per di più! E poi mi resi conto di un'altra cosa: non erano tutti gli Omega a essere sotto shock, solo i più giovani. La generazione più anziana - mia madre, le mie zie, i miei zii e i miei cugini - erano tutti sorprendentemente calmi di fronte alla notizia.
Loro lo sapevano. Mia madre lo sapeva e mi aveva lasciato tornare senza nemmeno un avvertimento. Cercai il suo sguardo dall’altra parte del tavolo, il posto d'onore riservato alla compagna dell'Alpha Dominante. Doveva sentire il peso dei miei occhi su di sé, ma non alzò lo sguardo. Né verso di me, né verso nessun altro. Continuava a fissare il piatto, tagliando metodicamente la carne in piccoli pezzi regolari che si sarebbero raffreddati prima ancora che potesse mangiarli. La preoccupazione per le persone che morivano di fame era svanita. E questo cosa ci diceva su quanto eravamo messi male noi?
***
Era come se non avessi prestato attenzione agli alpha fino a quel momento, ma ora era impossibile ignorare la loro esultanza. E ora che ci facevo caso, non era difficile notare che alcuni dei miei cugini non erano presenti alla celebrazione—al loro posto c’erano invece degli alpha che non conoscevo.
«Dov'è Kenneth?» chiesi a Clara in un sussurro furioso.
Lei sospirò piano. «È andato nel Branco dei Blackson giù a Liverpool. Hanno mandato Tonio in cambio.» Si leccò le labbra e inclinò la testa in direzione di un uomo con i capelli afro che sedeva di fronte a noi, con un sorriso smagliante. «Nell'ultimo anno e mezzo ci sono stati molti scambi con altri branchi e ora ha senso. Sangue nuovo.»
«Oh, Dio,» mormorò Kirby, sporgendosi in avanti. «Lo ha pianificato.»
Pianificato... ma mio padre non avrebbe mai fatto una cosa del genere, lo sapevo. Gli scambi erano stati una sorta di compromesso tra loro? E ora Brennan... ma come poteva Brennan fare una cosa del genere?
Rimasi in silenzio per un momento e persi il filo di ciò che stavano sussurrando sopra la mia testa. Non riuscivo a smettere di pensare al mio appartamento a St. Andrew, al mio ragazzo Dan, alla mia tesi, ai miei amici, alla mia dannata vita! Era ancora lì da qualche parte, ma non era più mia. Proprio così, Brennan mi aveva portato via tutto.
Non mi era nemmeno passato per la testa che potesse farlo, non quando mio padre mi aveva dato la libertà di studiare in Scozia, quando...
«... Troppi alpha,» stava dicendo Clara quando tornai a concentrarmi.
«Cosa?»
Mi guardò con uno sguardo carico di compassione. «Ci sono troppi alpha e non può ottenere altri omega...»
Aveva ragione. Gli omega lasciavano il branco di nascita solo per seguire un alpha- un parente stretto o un compagno che avevano incontrato e da cui erano stati corteggiati a un Summit. Un omega non poteva semplicemente andarsene dal proprio branco più di quanto potesse farlo un bambino, perché agli occhi degli alpha erano altrettanto vulnerabili.
E bastava che un alpha lo proibisse.
«Forse ci lascerà scegliere,» suggerì Kirby, e dal tono si capiva che trovava l’idea rassicurante. Come se il fatto di poter decidere quale tra gli uomini presenti in quella stanza avrebbe potuto scoparci e ingravidarci rendesse la cosa meno terribile.
***
Bloccai Brennan non appena la stanza iniziò a svuotarsi e Clara e Kirby mi seguirono nel suo studio. Erano entrambe caute, ma sicure che potessi parlare liberamente con il nostro Alpha Dominante.
«Che cazzo è questa storia?» sbottai non appena la porta si chiuse.
Lui si girò verso di me, con un'aria sinceramente sorpresa. «Ve l'ho appena detto.»
«Ce l'hai appena detto?» ripetei. «Così? Davanti a tutti? Come se fossimo solo animali da riproduzione, cazzo?»
Mi guardò accigliato, come se stessi esagerando. Come se fossi isterico, proprio come si diceva fossero gli Omega. «Non siete animali, non più di quanto lo sia io. Siete Omega.»
«Siamo persone, Brennan!» urlai. «Meritiamo di essere almeno interpellati, cazzo.»
«Oh,» annuì, «ma vi chiederò. Potrete scegliere.»
«Possiamo scegliere?» strillò Kirby alle mie spalle. Mi voltai a guardarla, arrabbiato con lei quasi quanto con mio fratello. Ma lei sembrava perfettamente felice di ignorarmi a favore dell'alpha che aveva il controllo del suo destino. Sorprendente, vero?
«Sì,» annuì Brennan con entusiasmo, come se finalmente stessimo capendo il suo punto di vista. Si vedeva che pensava di essere gentile, ma ero troppo furioso per preoccuparmi delle sue illusioni di magnanimità. «Ho fatto delle ricerche per voi, ma nei limiti del possibile è una vostra decisione con chi accoppiarvi.»
Kirby si rilassò a questa concessione. Stavo per sbottare che non mi interessava scegliere chi dovesse usarmi come fottuta incubatrice, quando Clara disse: «Non credo di essere pronta.»
Lo disse a bassa voce, ma senza timore.
Brennan annuì verso di lei e le posò una mano sul braccio, anche se dovette aggirarmi per avvicinarsi abbastanza. «So come ti senti. Quando Adora me l'ha detto...» Sorrise nervosamente: «Beh, credimi, Clar, non mi sentivo affatto pronto neanche io. Ma la vita è così. Scopriamo sempre che siamo molto più forti di quanto pensiamo.»
Il messaggio era chiaro: non avevamo scampo.
Tuttavia, non avevo intenzione di accettare la cosa passivamente. «Non voglio farlo,» dissi, scandendo chiaramente ogni parola.
Brennan si voltò verso di me sorpreso e l'ombra di rabbia nel suo sguardo fece ritrarre il mio lupo istintivamente. Contrassi i muscoli per impedirmi di indietreggiare. «Ho fatto dei piani per il branco, Dev. Non posso cambiarli solo per te.»
«Ho fatto dei piani per la mia vita, Bren,» ribattei, usando un diminutivo proprio come gli alpha facevano sempre con noi. Ma a Brennan non importava. Era un alpha ed era il mio Dominante. Non aveva bisogno di atteggiarsi, mi teneva per le palle e lo sapeva.
Sospirò. «Dovrai adattarti,» mi disse gentilmente. «Faremo tutti del nostro meglio per aiutarti.»
Poi ci voltò le spalle, così sicuro della sua invulnerabilità che mi venne voglia di strappargli la spina dorsale. Non avrei mai potuto farlo, ovviamente. Il mio lupo non avrebbe mai attaccato il suo Alpha Dominante così come non mi avrebbe mai permesso di gettarmi da una rupe. E non l’avrei mai ferito, anche se lui sembrava non curarsi di quanto stesse ferendo me. Io non ero così... Oh, dea, come aveva potuto mio padre lasciarci in questo stato?
Brennan non era pronto, non solo a diventare padre, ma nemmeno a essere l'Alpha Dominante.
Si mise a trafficare con dei documenti. Pensai fosse solo un gesto per ribadire la nostra posizione, ma a quanto pareva stava davvero cercando qualcosa. Quando la trovò, si voltò di nuovo verso di noi.
Porse un foglio di carta a ciascuno di noi. Era una specie di diagramma e non potei fare a meno di guardarlo. Ero abituato ai diagrammi. Li adoravo. Non questo, però. Clara trattenne il respiro un attimo prima di capire cosa fossero: linee genealogiche e caratteristiche genetiche di riproduzione. Aveva studiato ciascuno di noi e selezionato gli alpha che riteneva più adatti ad accoppiarsi con noi, valutandoli in base alle caratteristiche dominanti e recessive che voleva trasmettere alla prossima generazione del branco.
«Sono disposto a lasciarvi scegliere tra i primi tre,» spiegò, poi esitò e mi strappò di mano il foglio che tenevo con poca forza. «No, per te solo i primi due. La differenza è troppo marcata.» Cercò di ridarmi il foglio, ma io indietreggiai, deglutendo a fatica e respirando a malapena.
Dovevo andarmene da lì. «Devlin...» iniziò, ma ero già sparito prima che potesse aggiungere altro. Aveva già detto abbastanza perché sapessi che non volevo sentire altro.
Trasformarmi era l'unica cosa che potevo fare per non impazzire in quel momento. Lasciai cadere i vestiti dietro il portico e mi trasformai più velocemente di quanto ricordassi di aver mai fatto, prima o dopo.
Anch'io sarei un pessimo genitore, pensai. Se fossi stato ancora in forma umana, avrei pianto, ma i lupi non piangono davvero e, man mano che la mente animale prendeva il sopravvento, mi sentii meglio. I lupi non si preoccupano del futuro. Tutto ciò che contava per il lupo era che ci trovavamo di nuovo nel territorio del branco. Eravamo a casa e non c'era alcun pericolo nei paraggi, nemmeno se avessimo deciso di correre per giorni. Anche la mia parte umana trovava conforto in questo pensiero, così ci lanciammo in una corsa sempre più veloce.
Presto cominciai ad ansimare per lo sforzo, ma non importava né a me né al lupo; lui capiva il mio bisogno di scappare anche se non capiva da cosa stessi fuggendo.
***
Brennan dovette venire a riprendermi di persona. Era passato almeno un giorno, forse anche di più, ma non mi importava. Quando rimani lupo abbastanza a lungo, il tempo diventa irrilevante. Praticamente tutto, tranne cibo, acqua e accoppiamento, lo diventa. E finché stavo lontano dagli altri lupi, solo le prime due cose contavano davvero. Ma quando Brennan ululò per me, le mie zampe si mossero senza che io ne avessi piena coscienza; andai perché il mio Alpha Dominante mi stava chiamando.
Aspettò finché non gli mostrai la pancia prima di afferrarmi per la collottola e trascinarmi a casa. Si trasformò per primo e io lo seguii d'istinto. Eravamo entrambi nudi e io ero sporco di fango e ricoperto di fili d'erba.
«Hai finito con questa sceneggiata?» mi chiese, visibilmente infastidito. Provai a rispondere, ma invece mi ritrovai a tossire. Peli - mi ero trasformato troppo velocemente e mi erano finiti in bocca.
Mio fratello si inginocchiò e mi massaggiò la schiena, poi rimase lì accanto a me. Non era molto più grande di me, fisicamente parlando, ma non aveva importanza. Mi sentivo sopraffatto. La sua mano su di me era come una fibbia d'acciaio da cui non avrei mai potuto liberarmi. Non riuscivo nemmeno a pensare di scrollarmela di dosso. Cominciò a passarmi le dita tra i capelli e io inclinai la testa all'indietro. Non era mia intenzione; semplicemente accadde. «Sei un uomo adulto, Dev, non puoi lasciare che le tue emozioni abbiano la meglio su di te.»
Deglutii invece di annuire, e lui mi strofinò l'orecchio in quello che, immagino, doveva sembrargli un gesto di conforto, poi si alzò in piedi. «Vai in camera tua e datti una ripulita. È ora che tu conosca Rami e Naveen.»
E quella fu la prima volta che sentii i loro nomi. Non nel modo in cui si sentono nomi nuovi e si annuisce, convinti per lo più che si finirà per dimenticarli finché qualcuno non li ripeterà ancora un paio di volte, o finché la persona in questione non farà qualcosa di eccezionalmente buono o cattivo... Quei nomi erano un annuncio. Uno di quei nomi, lo sapevo, non l'avrei mai più dimenticato. Non mi sarebbe mai più stato permesso di dimenticarlo.
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